Sapremo ritornare alla fisiologia dei nostri corpi dopo 10000 anni di civiltà?

Oggi, siamo al limite di una civiltà basata sul dominio, iniziata circa diecimila anni fa con l’addomesticamento delle piante, degli animali e… degli esseri umani. Allevamento e agricoltura sempre più intensivi, continue interferenze nei processi fisiologici, socializzazione della nascita e separazione precoce di madre e creatura..
Millenni di controllo sociale e dominazione sempre più sofisticata hanno portato a consolidare e normalizzare la credenza che una pianta va aiutata a crescere, una creatura va aiutata ad apprendere, una donna va aiutata a partorire. Come si sa, l’addomesticamento rende più fragili, più dipendenti, più manipolabili, più diffidenti, andando anche a ledere la memoria cellulare. Allo stesso tempo, tutto ciò che è selvatico, autonomo, autogestito, divergente diventa sospetto e marginalizzato, finanche perseguibile.
Stiamo smarrendo la connessione con la natura e anche con la nostra natura.
Viviamo molto lontani dalla comprensione e dal rispetto dei bisogni vitali della nostra specie, quella umana. Tra questi sentirci al sicuro, esplorare con curiosità l’ambiente intorno, ritornare nel nostro luogo sicuro per rinnovare le energie, appartenere a un branco di simili, allearsi nelle difficoltà, riprodursi, apprendere nella fiducia, morire….
La società attuale tende a privilegiare ciò che ci rende differenti dagli animali: la neocorteccia, la parte del cervello più recente in termini evolutivi, quella legata alla razionalità, al controllo, al linguaggio. Questo è certamente un vantaggio in diversi ambiti.
Ma il fatto che sia ipersviluppata inibisce alcune funzioni fisiologiche, dettate dalla parte cerebrale più arcaica che percepisce la realtà in maniera sensoriale, flessibile e istintiva, quella parte legata alle dinamiche di sopravvivenza le cui risposte sempre più restano bloccate. causando stati depressivi o di allerta continua .
Ogni individuo oggi, sin dall’inizio della sua esistenza, per sopravvivere, rinuncia al soddisfacimento dei suoi bisogni essenziali, all’espressione delle risposte istintuali mosse dal cervello arcaico e si predispone a comportarsi in modi socialmente accettabili, culturalmente convenzionali.  Questo shock, riattivato continuamente nelle dinamiche di crescita, mantiene bloccate le risposte difensive generando uno stato di allerta costante e mantenendo la mera sopravvivenza. In questa condizione, spesso anestetizzato per continuare a funzionare senza sentire, continua a difendersi incapace di esprimersi e godere pienamente della vita.
 
Anziché vivere, come previsto per la nostra specie, su più stati di coscienza, la nostra cultura ne avvalora solo uno: quello razionale. Stiamo perciò smarrendo la  connessione con la nostra natura di animali sociali, mammiferi umani, capaci di percepire la totalità dell’esperienza.
Essere umani secondo natura consiste nella capacità di muoverci agilmente tra istinto, emozione e pensieri per agire/trovare di volta in volta la risposta più adatta ad ogni specifica situazione. Solo così possiamo accostarci a un sentire più profondo dell’essere umani, connessi e interdipendenti, all’interno del ciclo naturale della vita.
Nessuno è colpevole. Tutti siamo bloccati in esperienze traumatiche, intrisi di condizionamenti culturali legati a logiche di dominio e ragionamenti di calcolo legati alla sopravvivenza.
Vi è un’incomprensione profonda della fisiologia.
Difficile cancellare con un colpo di spugna millenni di socializzazione e costrutti culturali. Possiamo iniziare facendo un primo passo: ritornare alle sensazioni del corpo.
Il nostro corpo sa cosa fare.
Abbiamo in noi tutto ciò che serve. Non abbiamo bisogno di niente altro che della nostra motivazione, di poche essenziali informazioni e di garantirci un contesto in cui ci sentiamo al sicuro affinchè i processi possano spontaneamente compiersi come previsto dalla fisiologia, dalla nostra natura, dalla vita.
Possiamo farlo da soli o possiamo concederci di farlo insieme, in relazione.